Il Fascino della Montagna nell'Arte: Un Viaggio Culturale attraverso le Vette

Il libro di Vittorio Sgarbi, intitolato “Il cielo più vicino. La montagna nell’arte”, offre una prospettiva affascinante sul modo in cui le cime sono state percepite e immortalate dagli artisti nel corso di sette secoli. Attraverso le pagine di questo volume, si scopre come la montagna sia stata vista non solo come una maestosa creazione divina, ma anche come un luogo di profonda elevazione spirituale e un potente mezzo per esprimere le emozioni più intime dei pittori. Sgarbi, con la sua inconfondibile abilità di storico e divulgatore, guida il lettore in un percorso che include sia maestri indiscussi dell'arte che figure meno celebri, tutti uniti dalla loro interpretazione della montagna.

Il viaggio inizia con Giotto, definito da Sgarbi come il primo pittore capace di narrare i sentimenti umani, con un esempio toccante nella scena di San Francesco che prega verso la montagna, da cui sgorga l'acqua per salvare un assetato, simboleggiando la montagna come ponte tra l'uomo e il divino. Prosegue poi con Andrea Mantegna, la cui “Orazione nell’orto” mostra montagne rocciose che incombono sui personaggi, riflettendo l'angoscia di Gesù. Leonardo da Vinci, invece, esplora la natura in tutte le sue forme, dai ghiacciai alle rocce, rappresentando la montagna come un mistero da penetrare, come si osserva nella sua “Vergine delle rocce”. Il percorso si arricchisce con artisti come Albrecht Dürer, Giovanni Bellini e Tiziano, fino ad arrivare al Settecento, con William Turner. Quest'ultimo, nel suo “Ponte del diavolo al San Gottardo”, illustra il passaggio dal paesaggio bucolico a quello sublime romantico, dove la grandezza della montagna suscita un senso di soggezione e meraviglia nell'osservatore. Caspar David Friedrich, figura emblematica del Romanticismo, con opere come “Mattino sul Riesengebirge”, evidenzia la dimensione profondamente cristiana della natura montuosa, vista come un riflesso dell'immensità divina e un simbolo di una connessione spirituale.

Nel periodo successivo, Paul Cézanne interpreta la Montagne Sainte-Victoire in una sorta di meditazione ossessiva, mentre Vincent van Gogh utilizza la montagna per proiettare la sua condizione interiore. Giovanni Segantini, che ha vissuto a lungo in Engadina, eleva le vette e il mondo alpino a protagonisti della sua arte, considerandoli una dimensione dell'anima, come si evince in “Pomeriggio sulle Alpi”. Il libro si conclude con un'analisi del Novecento, un secolo di grande fermento artistico, dove la montagna continua ad essere un soggetto di ispirazione, anche per la pubblicità turistica. Artisti come Ubaldo Oppi, con la sua “Ragazza cadorina”, dimostrano come la bellezza umana e quella montana possano fondersi armoniosamente, senza ricorrere a estremismi stilistici. Infine, il volume sconfina nella fotografia, con Luigi Ghirri, che immortala la montagna non solo come luogo di sport e svago, ma anche come vetta verso cui l'uomo contemporaneo aspira per ritrovare una connessione con il divino.

Questo volume evidenzia come la montagna, attraverso i secoli, abbia rappresentato un elemento costante e significativo nell'espressione artistica, incarnando non solo la sua maestosità fisica ma anche profondi significati spirituali, emotivi e culturali. L'arte ci permette di vedere le vette come specchio dell'anima umana, un luogo dove la natura incontra il divino e dove la forza e la bellezza del paesaggio ispirano contemplazione e ricerca interiore. Questo dialogo continuo tra l'uomo e la montagna, celebrato attraverso il pennello, ci invita a riflettere sulla nostra posizione nel mondo e sulla perenne ricerca di significato che le grandi altezze possono evocare.