Tomaž Humar: Il Visionario dell'Alpinismo Estremo
Tomaž Humar, la cui figura è stata descritta da Elizabeth Hawley come quella di un «pazzo ma non stupido», ha ridefinito i limiti dello stile alpino. Questo alpinista sloveno, con un incredibile curriculum di oltre 1500 ascensioni e 70 prime salite, è emerso come un autentico visionario, mosso da un'ambizione smisurata e da un inestinguibile desiderio di esplorazione. La sua approccio alla montagna, spesso al centro di dibattiti, era caratterizzato da una preparazione meticolosa, sia tecnica che psicologica, affrontando ogni sfida con piena consapevolezza dei pericoli. La sua scomparsa, avvenuta tragicamente sul Langtang Lirung nel 2009, ha lasciato un vuoto nel mondo dell'alpinismo, ma la sua eredità continua a ispirare nuove generazioni di scalatori a superare i propri limiti.
Nato a Lubiana il 18 febbraio 1969, Tomaž Humar crebbe in un ambiente profondamente religioso, un'influenza che, negli anni, si fuse con elementi buddisti e induisti, plasmandone una spiritualità universale. La sua passione per la montagna sbocciò in adolescenza e si consolidò nel 1987, quando, a diciotto anni, si unì al club alpino locale, mentre lavorava all'ufficio doganale di Lubiana. Il suo percorso si interruppe prematuramente il 10 novembre 2009, all'età di quarant'anni, a causa di un incidente durante la solitaria ascensione della parete sud del Langtang Lirung. Il suo corpo fu recuperato il 14 novembre, lasciando la moglie Sergeya e i figli Urša e Tomaž.
Humar dimostrò precocemente un talento innato per l'alpinismo e una notevole audacia. La sua carriera conta oltre 1500 ascensioni, tra cui spiccano numerose imprese estreme e pionieristiche. Dopo anni dedicati all'alpinismo alpino, nel 1994 fu invitato a partecipare alla spedizione slovena al Ganesh V, dove aprì una variante sulla parete sud-est con Stane Belak-Šrauf. Nel 1995, durante la spedizione all'Annapurna, emerse il suo spirito individualista, quando contravvenne agli ordini per tentare una salita in solitaria lungo la via classica, raggiungendo la vetta. Questa fu la sua unica spedizione su una via tradizionale.
Il 1996 fu un anno significativo: con Vanja Furlan, Humar aprì una nuova via sulla parete nord-ovest dell'Ama Dablam, un'impresa che gli valse il prestigioso Piolet d'Or. Nello stesso anno, in Nepal, realizzò un'altra solitaria sul Bobaye, una montagna inviolata fino a quel momento. L'autunno del 1997 lo vide aprire un nuovo itinerario sul Lobuche East con Janez Jeglič e Carlos Carsolio. Poco dopo, al Pumori, tentò una nuova via prima di partecipare a una missione di soccorso e raggiungere la vetta tramite la via normale. Meno di un mese dopo, con Janez Jeglič, completò un nuovo percorso sulla parete ovest del Nuptse West; purtroppo, Jeglič perse la vita durante la discesa.
Nell'autunno del 1998, a Yellowstone, Humar compì la terza salita solitaria e la prima di un non americano sulla via Reticent Wall di El Capitan. Circa un anno dopo, sul Dhaulagiri, aprì una nuova via in solitaria sulla parete sud. Nonostante si fermò a 8000 metri, senza raggiungere la vetta, la sua impresa fece scalpore per l'estrema difficoltà. Questa ascensione segnò anche un cambiamento nella sua strategia comunicativa, con la presenza di una troupe per la realizzazione di un documentario, presentato l'anno seguente al Trento Film Festival.
Gli anni Duemila lo videro sulla vetta dello Shisha Pangma con un team internazionale, e successivamente sull'Aconcagua, dove aprì una nuova via sulla parete sud con Aleš Koželj. Con Koželj e Janko Oprešnik, nel 2005 tracciò una variante sulla parete nord-est del Cholatse. Nello stesso anno, sul Nanga Parbat, tentò una solitaria sulla parete Rupal, dove le condizioni avverse lo costrinsero a rifugiarsi in una truna per giorni, in attesa di soccorsi. Un'operazione di salvataggio eccezionale, condotta da elicotteri dell'esercito pakistano, lo trasse in salvo. L'evento generò un'ampia discussione sulla spettacolarizzazione dell'alpinismo e sulla gestione della comunicazione delle sue imprese.
Molti avrebbero abbandonato l'alpinismo dopo un'esperienza così traumatica, ma Humar tornò sulle montagne un anno dopo, affrontando il Baruntse. Nel 2007, realizzò una nuova via in solitaria sulla parete sud dell'Annapurna. Due anni dopo, tentò una simile impresa sul Langtang Lirung, raggiungendo la vetta tramite la parete sud. Tuttavia, durante la discesa, un grave incidente lo immobilizzò a circa seimila metri. I tentativi di recupero fallirono, e gli elicotteri poterono solo recuperare il suo corpo senza vita il 14 novembre. La vita di Humar fu segnata anche da un grave incidente domestico nei primi anni 2000, che lo portò alla rottura del femore destro e una lesione al tallone sinistro, rischiando la sedia a rotelle. Tuttavia, con tenacia, riuscì a recuperare parzialmente la mobilità, tornando a camminare e, infine, ad arrampicare.
L'alpinismo di Humar, caratterizzato da un rifiuto delle convenzioni e da una costante ricerca di nuove sfide, ha suscitato sentimenti contrastanti, tra ammirazione e critica. Egli non amava le regole e sfidava continuamente gli schemi tradizionali, trasformando ogni scalata in una manifestazione della sua ambizione e della sua capacità di trasformare i sogni in realtà. La sua filosofia, riassunta nella citazione: «L'80 percento dell'alpinismo è nella tua testa. Con un'efficace preparazione psicologica le difficoltà soggettive della spedizione possono essere controllate, ma ovviamente i pericoli oggettivi della scalata sono ancora presenti: lassù ci sei solo tu e la montagna, nient'altro», evidenzia la profonda connessione tra mente e ambiente in cui operava. La sua carriera fu riconosciuta con numerosi premi, tra cui il Piolet d'Or nel 1996, il premio Bloudek nel 1999 e l'Ordine d'argento della libertà della Repubblica di Slovenia, a testimonianza del suo impatto duraturo sul mondo dell'alpinismo.
