Angelo Abrate: L'Artista e l'Anima delle Alpi
La vita e l'opera di Angelo Abrate, un eminente pittore piemontese nato nel 1900 e scomparso nel 1985, offrono uno sguardo affascinante sulla fusione tra passione artistica e amore per la montagna. Con un corpus di circa 1800 tele, Abrate ha immortalato la maestosità delle Alpi, in particolare del Monte Bianco, distinguendosi per la sua predilezione per la pittura all'aria aperta. Contrariamente a molti suoi contemporanei, Angelo non si limitava a schizzi preliminari per poi lavorare in studio; portava con sé tele e colori anche durante le ascensioni più impegnative, catturando l'essenza del paesaggio nel momento stesso in cui lo viveva. Un compagno di scalate lo ricorda mentre, con la corda immobile, approfittava di ogni pausa per abbozzare rapidamente un disegno, un'immagine vivida della sua inseparabile dedizione all'arte e all'ambiente alpino.
La storia di Abrate è quella di un autodidatta determinato. Nato da una famiglia modesta a Torino, si trasferì a Marsiglia da bambino, dove sviluppò un precoce amore per la natura attraverso le esplorazioni delle Calanques. Il richiamo delle vette lo spinse a tornare a Torino nell'adolescenza, dove, pur lavorando come operaio meccanico, coltivò la sua cultura leggendo i classici e imparando il tedesco. Questa stessa tenacia si manifestò nel suo percorso artistico: pur non avendo una formazione accademica formale, trovò ispirazione e guida in figure come il pittore divisionista Cesare Maggi, che divenne suo mentore e amico. L'influenza di artisti come Ferdinand Hodler e Giovanni Segantini arricchì ulteriormente la sua visione. La sua carriera prese il volo negli anni Venti, con esposizioni personali a Torino, Chamonix, Milano e Parigi. Trasferitosi in Alta Savoia, a Chamonix e poi a Sallanches, poté dedicarsi completamente alla sua arte, affiancando la pittura all'alpinismo. Fu membro del Club Alpino Accademico Italiano e del francese Groupe de Haute Montagne, e le sue imprese alpinistiche, come la prima salita all'Aiguille de Leschaux con Francesco Ravelli e Guido Alberto Rivetti nel 1923, dimostrano la sua profonda connessione fisica ed emotiva con le montagne. Preferiva spesso le spedizioni solitarie, permettendogli di immergersi completamente nel silenzio e nelle sfumature di luce delle alte quote, una simbiosi che si rifletteva vividamente nelle sue opere.
Gli anni successivi furono segnati da prove personali, inclusa la perdita della moglie Gemma nel 1942. Questo periodo di difficoltà si manifestò anche nel suo stile pittorico, che vide un'evoluzione dalla spatola e dai colori vivaci della giovinezza all'uso del pennello per creare sfumature più sottili e meditative, come notato dal pronipote Oscar A., curatore di una mostra a lui dedicata. Nonostante le avversità, come la requisizione della sua casa durante la guerra, Abrate continuò a dipingere con inesauribile spirito. Negli anni Sessanta e Settanta, pur riducendo le scalate più rischiose, la sua ricerca artistica si focalizzò sempre sulle sue amate montagne e sul Monte Bianco, diventando una figura rinomata. Condivise la sua esperienza attraverso il libro autobiografico del 1973, “L'ultima tela”, e promuovendo l'arte alpina con mostre che univano artisti emergenti e affermati. Fino alla fine dei suoi giorni, nonostante problemi di vista, Angelo Abrate non smise mai di creare. La sua eredità artistica, conservata in collezioni private e gallerie, continua a ispirare e ad affascinare, rendendo eterno il respiro delle montagne e la poesia del ghiaccio e della neve che lui seppe così magistralmente catturare. La sua vita ci insegna che la passione e la perseveranza, anche di fronte alle avversità, possono trasformarsi in un'eredità duratura e di grande ispirazione, permettendo all'anima umana di elevarsi e di trovare la propria espressione più autentica nella bellezza del mondo che ci circonda.
